Journal: Pier Lorenzo Pisano about his experience in New York

On March 25-31, Italian playwright Pier Lorenzo Pisano has been in New York for a translation residency on his text Postwar in the frame of Italian Playwrights Project developed within Fabulamundi Drama Lab.
Read below what the author wrote about his experience.

 

Tutti i giorni prendevo un autobus per andare dal New Jersey a Midtown; ne passano in continuazione, li chiamano Gipsy buses, sono una schiera di carrozzoni tutti diversi tra loro – credo di non essere mai salito due volte sullo stesso – e ogni giorno aspettavo, e ogni giorno cambiavano: colore, forma, dimensione, conducente, e ti sparavano fuori dalle casette col giardino, dritto in mezzo ai grattacieli. E adesso davanti a te ci sono queste strade che non finiscono mai, drittissime, che continuano per sempre, tu cammini e quelle continuano, ti aspetti una piazza, un momento per prendere fiato, ma niente, al massimo c’è uno Starbucks. E incroci le parole della gente, quella lingua molto dura, veloce, che sotto sotto la riconosci, dietro le consonanti masticate, dietro le abbreviazioni, ha qualcosa di familiare, viene da un mondo raccontato tante volte; non sei mai stato in un posto così lontano, di cui hai già visto così tante cose.

Le mattine stavo seduto su una sedia, nel palazzo della CUNY, l’università pubblica di New York, esattamente di fronte all’Empire State Building, stavamo lì a lavorare sulla traduzione inglese, e il ragazzo che ci ha aperto la porta dell’ufficio per la prima volta era un italiano di terza generazione, diceva che voleva recuperare le sue radici, voleva provare a imparare la sua lingua d’origine, ma per ora sapeva solo dire Buongiorno. Stavo seduto lì a sentire le mie parole che cambiavano suono, si distorcevano, si restringevano, e sarebbero cambiate ancora, nella lettura, e poi ancora e ancora, e pensavo che c’è qualcosa di struggente nel tradurre un testo insieme con il suo autore, una specie di tradimento autorizzato, tu sei lì che guardi mentre il tuo mondo di simboletti madrelingua si fracassa all’impatto con un altro sistema, e ogni tanto dici: forse in italiano era più così. Che significa: lasciami ancora un poco con le mie parole, il tempo di salutarle, ecco che se ne va un avverbio, ecco che un aggettivo lunghissimo diventa un singulto, ma quando tutto è finito, quando anche l’ultima lettera ha cambiato pelle, ti accorgi che le riconosci, sotto quella scorza nuova, che sono sempre loro, i tuoi figlioletti d’America, un po’ cresciuti, che hanno preso strade strane, che certe cose di loro ormai non le capirai più, ma che alla fine ti vogliono bene e ti salutano, e dicono che verranno a trovarti ogni tanto in Europa, e scusa adesso dobbiamo andare c’è la lettura, non ti preoccupare, non puoi preoccuparti così tanto per noi, se ti preoccupi così tanto per le parole hai scelto il mestiere sbagliato.

Le sere, quando fa vento e davvero ti chiedi il senso di una città costruita in faccia all’oceano, sono andato per rooftop, per teatri, in locali aperti da poco, in locali storici, tutte cose a livelli di altezza molto diversi: da sottoterra alla cima di un grattacielo, ci si sposta più in verticale che in orizzontale, c’è tutta un’altra dimensione da considerare. E a proposito di orizzontale, pare che New York sia sullo stesso parallelo di Napoli, il 41° parallelo Nord, e forse è ovvio, che più ti allontani, più pensi al posto da dove vieni, e questa cosa poi te la ritrovi anche tracciata sulla cartina, plateale: un parallelo, una freccia, un cordone ombelicale invisibile agganciato a casa. E dopo la lettura, ormai tradotto e mimetizzato da americano, prendi la metro, mentre ancora pensi a linee immaginarie e a connessioni inventate, e arrivi in aereo, ti siedi, e improvvisamente, davanti a te, lo vedi sul serio: il parallelo. È una linea bianca sottile, appoggiata sull’oceano, disegnata nel piccolo monitor da viaggio di fronte a te. L’aereo parte, e volando, passi sopra a questa linea, e la riavvolgi, come il filo di Arianna, lo riavvolgi piano piano verso casa.

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