Federico Bellini

Penso che il mio rapporto con l’autorialità della scrittura teatrale sia strettamente connesso al lavoro di dramaturg che svolgo abitualmente, in cui è centrale l’indagine su persone realmente esistite o personaggi della finzione già conosciuti. Nei testi presentati, ho scelto di lavorare su tre episodi che mi hanno affascinato per la loro radicale ambiguità, dal rapporto tra Francis Bacon e il suo amante al coinvolgimento di Martin Heidegger con il nazionalsocialismo, fino alla rievocazione della vita di una suora di clausura alla quale fu chiesto di rammendare la Sindone, ovvero di confrontarsi con l’immagine del Padre.

Federico Bellini nasce a Forlì nel 1976.
Lavora come assistente di Antonio Latella nello spettacolo I Negri, prodotto dal Nuovo Teatro Nuovo di Napoli nel 2002. Da allora collabora con Latella in qualità di drammaturgo per i seguenti spettacoli: Querelle (a quattro mani con il regista) dal romanzo Querelle de Brest di Genet (2002), produzione Nuovo Teatro Nuovo e Teatro Garibaldi di Palermo; I Trionfi, dal poema omonimo di Giovanni Testori (2003); Elsinor; La cena de le ceneri, dall’omonimo trattato filosofico di Giordano Bruno (2005); Studio su Medea da Euripide (2006), prodotto da Festival delle Colline Torinesi in coproduzione con Teatro Stabile dell’Umbria e Totales Theater International (Berlino); Moby Dick da Melville (2007), TSU in coproduzione con Teatro di Roma; Non Essere – Hamlet’s portraits (2008), Festival delle Colline Torinesi e TSU (assistente alla drammaturgia); La metamorfosi e altri racconti (drammaturgia con Antonio Latella e Sybille Meier) da Kafka per Schauspielhaus Köln (2009); Don Chisciotte (2009), NTN Napoli; Mamma Mafia (drammaturgia con Giuseppe Massa e Sybille Meier) per Schauspielhaus Köln (2011). È drammaturgo al Nuovo Teatro Nuovo di Napoli, per la stagione 2010/2011 diretta da Antonio Latella dove scrive come autore i monologhi Caro George per la regia di Latella, Prometeo per la regia di Pierpaolo Sepe, Il Velo per la regia di Tommaso Tuzzoli e il testo ispirato alla storia e al pensiero di Martin Heidegger Tutto ciò che è grande è nella tempesta, per la regia di Andrea De Rosa. Adatta anche i testi Incendi, per la regia di Agnese Cornelio, e Brand, per la regia di Tommaso Tuzzoli.
Nel 2011 scrive insieme a Linda Dalisi e Antonio Latella lo spettacolo Francamente me ne infischio, diretto da Latella; nel 2012 cura la drammaturgia di Studio sul Simposio di Platone per la regia di Andrea De Rosa, prodotto da Emilia Romagna Teatri.
Nel 2013 cura con Antonio Latella la drammaturgia degli spettacoli A. H. e Die Wohlgesintenn (Le Benevole).

CARO GEORGE
Nell’Ottobre del 1971, a Parigi, una mostra retrospettiva consacra Francis Bacon come uno dei più importanti pittori del suo tempo.
Alla vigilia della mostra, George Dyer, amante e modello dell’artista, si suicida nella stanza d’albergo che ospitava entrambi.
Di fronte ai dipinti che raffigurano George, Bacon rivive la relazione con il compagno, in un momento in cui trionfo artistico e fallimento esistenziale si confondono, diventando anch’essi, inevitabilmente, materia del dipingere.

IL VELO
Nel 1532, nella Sainte Chapelle di Chambery, un incendio rischiò di bruciare per sempre la Sindone. Due anni più tardi, tre suore clarisse della stessa città rammendarono il Lenzuolo con grande devozione e perizia, restituendoci l’immagine di un Cristo ferito non soltanto dalla Passione ma anche dall’incuria degli uomini che avrebbero dovuto custodire l’impronta del suo corpo. Ho cercato di ricostruire, avvalendomi anche di testimonianze del tempo, la vicenda di una delle sorelle che furono chiamate a svolgere questo compito; un impegno certamente difficile e gravoso, ma che offrì a queste donne di fede la possibilità, unica, di confrontarsi direttamente con la sacra immagine.

TUTTO CIÒ CHE È GRANDE È NELLA TEMPESTA
Nel 1933 Martin Heidegger, forse il più significativo filosofo del Novecento, viene nominato rettore dell’Università di Friburgo. Il 27 Maggio dello stesso anno, Heidegger pronuncia di fronte agli allievi il proprio discorso d’insediamento, destinato a diventare oggetto di pesanti accuse di collusione con il regime nazionalsocialista.
Il testo, partendo da un’ipotetica commemorazione del maestro da parte di alcuni suoi allievi, tra i quali Hannah Arendt, cerca di indagare quella che è stata definita “l’ombra di Heidegger”, l’accusa di collaborazionismo con il Reich, le cui ragioni sono qui affidate al personaggio di Thomas Bernhard.