Tindaro Granata

 

In questo momento storico mi sento senza radici, senza casa, senza lavoro. Questo disagio, comune a gran parte dei miei coetanei, lo combatto vivendo, agendo, scrivendo; certo che riuscirò a cambiare il mio destino. Voglio essere autore del mio futuro, quello di “adesso” o al massimo di “tra poco”. Attingo dal mio passato, perché nel passato è nascosto il dolore, ma anche la gioia, che è speranza per il futuro. Scrivo perché voglio che il mio teatro nasca dalle mie radici e dalla realtà in cui vivo, che si nutra di esseri umani. Il mio teatro deve essere la mia donna e il mio uomo, insieme!

Tindaro Granata, nato a Tindari alla fine della seconda metà del 900, il 5/9/78, non ha una formazione accademica. Il suo percorso teatrale inizia nel 2002 con Massimo Ranieri, nello spettacolo Pulcinella, regia di Maurizio Scaparro. Al Bitef, per la regia Nikita Milivoievic in Noushurid Fruit. Con Cristina Pezzoli fa parte di PPP teatro ed è in scena in Blitz. Con Carmelo Rifici lavora in diversi spettacoli: Il gatto con gli stivali, La Rosa Bianca e Giulio Cesare al Piccolo Teatro di Milano. Scrive Antropolaroid, con il quale vince la Borsa Teatrale Anna Pancirolli e il “Premio della Critica” assegnatogli dall’Associazione Nazionale Critici Teatrali per la messa in scena innovativa. Riceve il Premio Fersen: “Attore Creativo”. Scrive “Invidiatemi come io ho invidiato voi”.

Teatrografia:

2011 / Antropolaroid, non pubblicato. Prima rappresentazione il 08/07/2011
2013 / Invidiatemi come io ho invidiato voi, non pubblicato. Prima rappresentazione il 04/06/2013

Estratto da Invidiatemi come io ho invidiato voi

VICINA – Guardavo la scena, dalla mia finestra. In cucina la televisione accesa, parlava. Mi girai e vidi nello schermo, quello che potevo vedere anche dalla mia finestra. Ero come congelata. Le voci venivano da più parti. Non si distinguevano quelle reali da quelle riprodotte. Andai verso il televisore e appena vidi la Angela, mi venne un brivido. Ero entrata in una confusione che… Ho ringraziato Dio che i miei figli sono ragazzi per bene e con la testa posto. Il televisore parlava ma io non sentivo. Ero troppo felice di non averle dato mai confidenza. Grazie al cielo non è mai entrata in casa mia, neanche per un caffè. Siamo gente per bene noi. Non ci manca niente. Siamo felici.

ANGELA – Perdonami. Se potessi tornare indietro… certe cose non le farei. Quant’eri bella amore mio; certo che ha perso la testa per te. Eri bellissima. Ti ha guardata nuda per vedere me… e ti ha presa per prendere me. Sono sempre stata sfortunata nella vita. Dovevo proteggerti di più… nasconderti a gli occhi della gente. Non ci hanno permesso di vivere felicemente. Lui ci avrebbe dato la felicità. Sicuro. Se tu non fossi stata debole… se non fosse accaduto il peggio… è stato il malocchio. Ti accarezzava per amarti… non per farti male. Anche me ha accarezzato e non è successo niente a me… vedi? Sono ancora qua. Aveva bisogno d’amore e noi due dovevamo darglielo. Sei sempre stata troppo vivace amore mio. Ti avrà dovuto fermare le manine… i piedini… non potevi capire che ci amava. Tuo padre non ti amava così tanto. Quando l’ho conosciuto ho subito avuto un sesto senso. Ho sentito dentro di me che lui era la persona giusta per tirarci fuori dalla situazione in cui eravamo. Eravamo infelici. Tu, amore mio saresti cresciuta infelice. Lui era la nostra felicità (Piange). Era la felicità fatta persona. Era felicità. Era felicità. Era tutto quello che volevo. C’eri tu, io e lui. Eravamo una famiglia come tante. Era la felicità lui… e l’hanno fatto diventare un mostro. Che ti ha mangiato per amore. E ora non ci sei più. Ma per amore, amore mio.

MARITO – Dimmi che devo fare. Sono solo. Non so cucinare. Non è che so fare le cose della casa. La bambina diventava dottoressa se diventava grande. E da vecchi ci curava lei. Che devo fare Angela? Devo piangere? Va bene… (Piange)

TRAMONTO – Piangeva troppo la bambina. Avevo la punta tutta bagnata. Sapevo che solo un colpetto sarebbe bastato per entrare dentro e sborrare. Solo un colpo e avrei sborrato. Nel culetto c’ero entrato… piangeva. Appena entrato si era immobilizzata… e piangeva… ma sembrava muta, per i primi secondi. Poi buttò un urlo che mi fece rabbrividire. Mi spaventai. Mi diventò molle e non riuscii a continuare. La feci calmare un po’. Mangiammo il gelato al cioccolato. Poi, appena duro di nuovo, provai col davanti.

COGNATA – E’ andata come doveva andare. Puttana la madre, puttana la figlia. Mi hanno portato via mio fratello. Io l’avrei reso felice. Invece quella non poteva… Non lo conosceva mio fratello. Io avrei fatto di tutto per lui. Mi sono sposata perché lui me l’aveva detto. Con un suo amico mi sono sposata. Adesso che tutto si è risolto ci sarà pace. E saremo più felici. Passeremo di nuovo le feste insieme… e l’estate a casa di papà. Grazie a Dio che mi ha dato una vita serena da vivere insieme a mio fratello-. Ora che è tutto risolto saremo più felici.

(Registrazione di una bambina che ride)

MADRE – Quanto ho pianto per questa bambina… ora piango per te. Che ti sei lasciata convincere. Che ti ho insegnato? Niente? Ora paga. Io non lo facevo uno sbaglio così grande. Peggio per te figlia mia. Il peggio è che non sono più nonna. Morirò mamma… ma mamma di una che non è stata mamma come me. E’ finita l’epoca. Non ti capisce nessuno figlia, non pensano che sei debole, ti pensano forte e ti condannano. Non c’è più comprensione delli dolori. Ma Angela è forte. E’ forte. E’ talmente la sua fortezza che diventa fragile.