Francesca Garolla studia per un po’ Filosofia all’Università degli studi di Milano, ma poi si diploma in regia all’Accademia d’arte drammatica Paolo Grassi.
Già durante l’Accademia inizia a collaborare con Teatro i, sala di ricerca teatrale a Milano, come Dramaturg, autrice ed interprete, diventando parte della direzione artistica e socia del teatro. Dal 2010 ad oggi i progetti rivolti alla scrittura e alla drammaturgia contemporanea emergente sono il focus del suo lavoro.
Negli anni ha sviluppato un autonomo percorso d’autrice, che i l’ha portata spesso in Francia, dove i suoi testi sono stati tradotti e presentati. Tra questi si segnala:
N.N. Figli di nessuno, un testo che affronta le difficoltà insite nel passaggio generazionale tra padri e figli, è stato selezionato all’interno del progetto Face à face – Parole di Francia per scene d’Italia, e presentato in quattro teatri: a Le Théâtre – Scène Nationale de Saint-Nazaire, al Festival Ring / La Manufacture – Centre Dramatique National Nancy-Lorraine, e al Théâtre National Populaire de Villeurbanne La Colline – Lione.
Solo di me – se non fossi stata Ifigenia sarei Alcesti o Medea, una rivisitazione della tragedia che affronta il tema della femminilità legato a quello del sacrificio, è stato presentato da La Chartreuse – Centre National des écritures du spectacles all’interno delle giornate del Festival d’Avignone 2015 e tradotto e pubblicato e presentato in Romania al Teatrul Odeon di Bucarest. all’interno del progetto europeo Fabulamundi Playwriting Europe.
Non correre Amleto, una riflessione sulla morte e sul pensiero magico per cui essa dovrebbe colpire solo per “conseguenza logica”, è stato selezionato nel Palmarès della Maison Antoine Vitez del 2018 e segnalato da La Comédie Française nel 2019.
A partire dal 2016 inizia un complesso progetto legato ad una trilogia sul tema della libertà composto da tre testi: Tu es libre, Per la vita, Se ci fosse luce.
Tu es libre è realizzato all’interno di due lunghe residenze artistiche a La Chartreuse – Centre National des écritures du spectacle di Villeneuve Lez Avignon, grazie al sostegno del Programme Odyssée – ACCR, del Ministère de la Culture et de la communication in Francia ed, in Italia, attraverso il progetto DE.MO. – Movin’Up e il PREMIO SPECIALE DE.MO./MOVIN’UP promossi dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Direzione Generale Spettacolo insieme a GAI – Associazione per il Circuito dei Giovani Artisti Italiani; il testo è stato tradotto in francese con il contributo della Maison Antoine Vitez ed è stato presentato all’interno dei Rencontres d’été de la Chartreuse durante il Festival d’Avignone 2017; Tu es libre, inoltre, viene segnalato da la Comédie Française come uno dei testi più significativi della stagione francese 2017/2018 ed è stato finalista al Premio Riccione 2017; nel 2020 è in scena al Piccolo Teatro Studio Melato con la regia di Renzo Martinelli.
Nel 2020/2021 è l’unica lauréat europea della sezione di scrittura teatrale della Cité Internationale des Arts di Parigi, dove scrive Se ci fosse luce, terza parte di una trilogia sulla libertà, ispirato ai fatti del sequestro Moro, di cui, nel 2023 cura la regia, grazie ad una coproduzione LAC – Lugano Arte e Cultura ed ERT-Emilia Romagna Teatro. Il testo è selezionato nel contesto di Artcena – aide à la production.
Nel 2022, sempre grazie ad una residenza artistica in Francia, conclude il suo ultimo testo, Per la vita, sostenuta dall’ Istituto italiano di culturale di Parigi che lo ha presentato al pubblico in una versione bilingue.
Nello stesso anno vince il Premio Valeria Moriconi Futuro della scena, grazie alla segnalazione di Emma Dante.
Inoltre, è tradotta anche in ceco, rumeno e inglese, ed è autrice selezionata nel progetto europeo Fabulamundi – Playwriting Europe.
È supervisor e consulente nella realizzazione di testi teatrali, podcast e soggetti cinematografici.
Parallelamente al suo percorso autorale approfondisce l’ambito della formazione, insegnando scrittura teatrale e scrittura creativa, analisi del testo e drammaturgia di scena, sia a professionisti che a neofiti, in Italia, in Svizzera e in Francia.
Non correre, Amleto
«Non correre» è qualcosa che si dice ai bambini, un ammonimento, un rimprovero. Se ti metti a correre e non stai attento c’è il rischio di perdere l’equilibrio, c’è il rischio di non vedere se arriva un’auto mentre attraversi la strada, c’è il rischio persino di morire.
C’è il rischio che la morte appaia per quello che è: stupida.
Il 29 maggio 1993 un convoglio di aiuti umanitari diretto alle città di Vitez e Zavidovići – Ex Jugoslavia, Bosnia Erzegovna – viene assalito da una banda militare nei pressi di una strada chiamata Diamond Route, Via dei diamanti. Tre persone vengono uccise, mentre due riescono a fuggire scappando nei boschi.
Una delle tre vittime era mio zio, ed io avevo meno di dodici anni quando è morto.
La sua morte consiste in frammenti di ricordi. Quello che si sa è solo che non cercò di scappare, i suoi compagni iniziarono a correre e lui rimase fermo, immobile, colpito da tre pallottole a bruciapelo. Lo ritrovarono un paio di giorni dopo, esattamente dove doveva essere, ma senza le scarpe. La morte, che non ci tiene alle formalità, lo aveva lasciato scalzo. Ridicolo.
Una delle sue sorelle raccontava ai funerali di averlo sognato e in sogno lui le diceva: «Bastava che gli altri non si mettessero a correre e sarebbe andato tutto bene.»
Semplicemente non dovevano mettersi a correre.
Che ne è stato della morte eroica che cantano gli antichi? Che cosa significa dare un senso al lutto? In che modo una morte ci appare più significativa, per non dire giusta o accettabile, di un’altra?
La scrittura prende a pretesto questo fatto di cronaca, o di storia, e da lì si dipana attraverso due monologhi, paralleli. Un uomo e una donna, una coppia, che parlano di una morte. Ma di quale morte si sta realmente parlando?
L’andamento drammatico segue le tappe di una indagine, i fatti, gli indizi, le prove, nel tentativo di rendere logico qualcosa che logico non è.
I due protagonisti condividono lo spazio della scena eppure non dialogano. Vivono tempi diversi alla ricerca di “qualcosa” che forse, o forse no, allevierebbe il loro dolore. Indagano risposte che non trovano, significati che non esistono e, come un Amleto qualunque, cercano una verità che sembra più sciocca di quello che dovrebbe essere.




