Davide Carnevali - credits Pino Montisci

 

La questione che mi pongo, nel momento in cui scrivo, riguarda il perché mi sto servendo del mezzo teatrale. Il fatto è che teatro ha un vantaggio sulle altre arti: è l’unica in cui può avvenire davanti allo spettatore, nel qui e ora della fruizione, l’incontro / scontro tra la parola che nomina il mondo, l’immagine del mondo nella nostra mente e la materializzazione del mondo che si dà sulla scena. Solo il teatro può evidenziare questo rapporto tra logos, idea e materia; mostrando, ad esempio, tutti i limiti del linguaggio nel descrivere logicamente la realtà nel momento in cui essa si rivela sulla scena davanti a noi. A questa esperienza, a mio avviso, si rivolge il teatro; e per questo cerco di scrivere.

Fabulamundi involved Davide Carnevali in activities in Pont-à-Mousson and Rome.

Davide Carnevali (Milano, 1981) è un autore e teorico italiano.
Si dottora in Teoria del Teatro presso la Universitat Autònoma de Barcelona, dopo un periodo di studi presso la Freie Universität Berlin, con una tesi dal titolo “Forma dramática y representación del mundo”. La sua ricerca si concentra sull’analisi di strutture drammatiche che si oppongono ai principi di coerenza derivati dalla logica classica, nell’ambito della drammaturgia europea contemporanea. Sviluppa attività di docenza, impartendo seminari di scrittura drammatica e teoria del teatro.
Dal 2013 è parte del Comitato di Drammaturgia del Teatre Nacional de Catalunya e collaboratore di IT – Independent Theatre Festival di Milano. Inoltre è membro del consiglio di redazione della rivista catalana “Pausa”, e scrive per diverse riviste italiane e internazionali, occupandosi principalmente di teatro argentino, catalano, spagnolo e tedesco. È traduttore dal catalano e dallo spagnolo all’italiano.
Come autore si forma con Laura Curino in Italia e con Carles Batlle presso la Sala Beckett di Barcellona; amplia i suoi studi in Spagna e Germania assistendo a seminari di Martin Crimp, Biljana Srbljanović, José Sanchis Sinisterra, Hans-Thies Lehmann, John von Düffel, Simon Stephens, Martin Heckmanns.
Con Variazioni sul modello di Kraepelin si è aggiudicato nel 2009 il premio “Theatertext als Hörspiel” al Theatertreffen di Berlino e il “Premio Marisa Fabbri” al Premio Riccione per il Teatro, e nel 2012 il “Prix de les Journées de Lyon des auteurs”. Come fu che in Italia scoppiò la rivoluzione ma nessuno se ne accorse ha ricevuto il “Premio Scintille” del Festival Asti Teatro 2010 e il “Premio Borrello alla nuova drammaturgia” 2011. La prima parte del Dittico dell’Europa, Sweet Home Europa, è stata presentata nell’edizione 2011 del Festival Internazionale di Letteratura di Berlino e ha debuttato nel 2012 con una produzione del Schauspielhaus Bochum, e in forma di radiodramma per la Deutschlandradio Kultur; nel 2015 è stato allestito anche in Italia, prodotto dal Teatro di Roma. Nel 2013 è stato incluso tra i 35 autori più rappresentativi della storia dello Stückemarkt Theatertreffen, che per l’occasione ha incaricato e sovvenzionato la scrittura della seconda parte del Dittico, Lost Words. Nello stesso anno ha vinto il “Premio Riccione per il Teatro” con Ritratto di donna araba che guarda il mare.
Le sue opere sono state presentate in diversi festival e stagioni teatrali internazionali, e sono tradotte in catalano, estone, francese, greco, inglese, polacco, rumeno, russo, spagnolo, tedesco, ungherese.

(Lost Words)
All’inizio del secolo XXI, il grande progetto di una Europa unita è posto seriamente in discussione dal fallimento dell’unione monetaria e dalle divergenze in materia di politica economica dei differenti paesi. La crisi degli ultimi anni ha messo in dubbio un modello di stato sociale e il concetto stesso di socialdemocrazia; i nazionalismi risorgono e viene perdendosi il senso di appartenenza a una comunità. Esiste un futuro per l’Unione europea? Cosa aspetta le nuove generazioni, e cosa ci si aspetta da loro? Quale società auspichiamo per i nostri figli, e quale stiamo per loro effettivamente preparando?
Uomini, donne, animali e oggetti sono i protagonisti di quest’opera, in cui il discorso perde la sua funzione razionalizzante e mostra, al contrario, la sua inefficacia nel descrivere il mondo, che si apre ora ai nostri occhi come una realtà informe. Gli esseri umani si oggettivizzano, gli animali si antropomorfizzano e gli oggetti si animano; la natura segue un corso aberrante, nel senso etimologico del termine: devia dal percorso che logicamente dovrebbe seguire, abbandona la retta via e si perde nel caos. In tutto questo, la componente linguistica gioca un ruolo fondamentale, poiché cerca essa stessa di sfuggire alla logica, rifugiandosi nell’immaginario e nel poetico. Lo scenario è apocalittico e l’apocalisse è quella del linguaggio: la rivelazione della propria insufficienza e la manifestazione di tutto ciò che le parole non possono descrivere.
Con questo testo si chiude il Dittico dell’Europa. Sweet Home Europa era un lavoro sulla nascita dell’Europa. Rileggendo i miti biblici contenuti nei libri della Genesi e dell’Esodo, parlava di emigrazione e immigrazione, scontro di culture e formazione dell’identità, ma soprattutto della paura dell’ “altro”, di ciò che non si conosce.
(Lost Words) è invece un’opera sul declino dell’Europa. Recupera dai Vangeli e dall’Apocalisse di Giovanni un sostrato mitico e una simbologia che permettono di interpretare il vincolo profondo tra il sistema di mercato e una precisa visione del mondo che si sono imposti come egemonici nella società occidentale contemporanea. Entrambi basati sulla necessità di attribuire un valore (economico, linguistico) univoco e definibile a ogni elemento, in un sistema stabile capace di imporre un ordine alla realtà. E, proprio per questo motivo, entrambi incapaci di comprenderla nella sua totalità.
(Lost Words) è stato scritto grazie al supporto del Theatertreffen Berlin, che nell’ambito del Jubiläum des Stückemarktes 2013 ha commissionato agli autori invitati un’opera breve sul tema Verfall und Untergang der westlichen Zivilisation (Declino e tramonto della società occidentale).

Sweet Home Europa
Dopo le divisioni del secolo XX, nel vecchio continente il grande progetto politico del secolo XXI è quello di costruire la Grande Casa Europea. In un discorso davanti al Consiglio d’Europa, il 5 ottobre 1998, Michail Gorbaciov auspicava «un ampio spazio di cooperazione in cui tutti si sentiranno a proprio agio, come se si trovassero nella propria casa». L’immagine della casa è ripresa anche da Benedetto XVI in un discorso davanti al rappresentante della Commissione delle Comunità Europee presso la Santa Sede, del 19 ottobre 2009, in cui parlava di un territorio che è «più di un continente, una “casa spirituale”», rivendicando le radici cristiane dell’Europa. La domanda è: chi potrà vivere in questa casa?
Storicamente il continente europeo nasce e si popola in seguito a grandi migrazioni provenienti da oriente –da quelle dei popoli indoeuropei alle invasioni barbariche- che hanno posto le basi per le nostre tradizioni culturali, commerciali, linguistiche. E non è un caso che anche Cristianesimo, Ebraismo e Islam -le tre grandi religioni monoteiste che hanno fatto la storia di questo continente- si rifacciano a una tradizione biblica che si apre con la Genesi, il racconto di una cacciata, di uno spostamento, di un invito a lasciare la propria terra per trasferirsi in un’altra. Eppure oggigiorno l’Europa ha un grave problema nel riconoscere il diritto all’immigrazione e ha una grande paura delle identità culturali e religiose differenti dalla sua.
Questo è un testo sul problema dell’integrazione. Sulla possibilità e la capacità di accettare l’estraneo, lo straniero, l’altro.
Un Uomo, una Donna e un Altro uomo sono i protagonisti di differenti storie particolari e allo stesso tempo di una stessa storia collettiva -quella di una famiglia, di un popolo, dell’umanità intera- che, nel continuo incontro e scontro tra civiltà, sembra ripetersi in eterno.
Sull’Altro uomo ricade il peso delle generazioni precedenti e quelle successive, il peso di una tradizione secondo la quale chi non può vivere nella propria terra ne cerca un’altra in cui fondare una casa e una famiglia, per un nuovo posto in una nuova società.
L’Uomo che nella propria comunità occupa invece una posizione di potere -politico, economico, culturale- farà di tutto per mantenere il privilegio di cui gode ed esercitarlo a suo vantaggio, a discapito del debole.
La Donna, dal canto suo, cercherà sempre il suo ruolo in una società occidentale che, mentre critica quella orientale, tarda ancora a riconoscere la reale parità tra i sessi.
A quasi vent’anni dalla nascita della UE, la Grande Casa Europea è un «cantiere ancora aperto», come lo definiva Gorbaciov. Ma in che direzione stanno andando i lavori? Stiamo costruendo uno spazio privilegiato per la garanzia dei diritti umani, o stiamo solo recintando una proprietà privata per vietarne l’accesso a chi non è desiderato? Questa Casa sarà una casa accogliente? A chi sarà davvero disposta ad aprire le sue porte?

Variazioni sul modello di Kraepelin (o il campo semantico dei conigli in umido)
Emil Kraepelin è lo psichiatra tedesco che al principio del secolo scorso denominò “Morbo di Alzheimer” la forma di dementia senilis da lui scoperta e teorizzata insieme al collega Alois Alzheimer.
Eppure questo non è propriamente un testo sul problema dell’Alzheimer.
Questo è un testo sul problema della memoria, sull’identità e sulla possibilità di ricostruire il passato. Un testo che sfida la ricostruzione della storia.
La storia personale di un uomo che sta smarrendo la traccia della propria vita, e dunque la propria identità.
La storia collettiva di una nazione, l’Europa, che nella memoria delle sue guerre e nell’attualità dei suoi mutamenti politici sta ancora cercando la definizione di se stessa. Perché anche l’identità di una nazione, come quella del singolo, si struttura sulla capacità di ricordare, di dotare di coerenza la narrazione degli eventi che la interessano.
Ma anche la storia intesa come nucleo narrativo dell’opera, la cronologia dei fatti che costituiscono lo sviluppo del testo. Perché questo è un testo che degenera nello stesso modo in cui degenera la memoria di chi soffre di Alzheimer.
Chi soffre un processo degenerativo chiama le persone con nomi differenti. Cambia il loro ruolo, il ruolo che hanno ricoperto nella sua vita. Sconvolge la funzione degli oggetti. Annulla lo scorrere degli anni. Nella sua mente, dettagli reali e elementi immaginari si fondono e si confondono. A chi si riferisce quando chiama una persona con il nome di un’altra persona? Io sono ancora “io”, per lui? Cosa intende, quando tenta di spiegare un concetto la cui espressione gli sfugge? In che modo esiste ancora questo concetto, per lui? Cosa significa una parola? E cosa vuole dire?
Se i rapporti tra significante, significato e referente perdono la loro forza, i confini del campo semantico di un termine sfumano, permettendo una combinazione di libere associazioni che sconvolge l’organizzazione del mondo attraverso le parole. Cambiando il rapporto dell’individuo con la realtà, a scapito del razionale, a vantaggio dell’immaginario.
Come la percezione della realtà nei processi degenerativi cerebrali, questo testo è instabile. Come i ricordi di chi soffre i processi degenerativi cerebrali, i frammenti che compongono questo testo non devono per forza organizzarsi secondo i principi di causalità e linearità cronologica. Possono cambiare la propria collocazione, e associarsi secondo modalità differenti. Possono mandarsi richiami, e fare riferimento l’uno all’altro. Oppure possono contraddirsi. O sovrapporsi. Possono rivendicare la propria presenza, o sfumare nell’incertezza. Possono interrompersi bruscamente. O ripetersi con impercettibili variazioni.
In questo modo, sia i tre uomini nel testo, sia gli spettatori, sono chiamati a formulare ipotesi di ricostruzione della storia, in un gioco costante di interpretazioni, di attribuzioni di senso. Alla ricerca di una verità che – per sua natura – sarà sempre ambigua come il dubbio del ricordo, precaria come l’esercizio della memoria.

(Confessione di un ex presidente che ha portato il suo paese sull’orlo della crisi)
In Confessione (2012) un ex presidente parla al suo popolo dicendo tutto quello che non ha voluto, potuto, o saputo dire durante il suo mandato. L’ex presidente si rivolge al pubblico come se si stesse rivolgendo alla corte di un tribunale popolare che lo deve giudicare. Lo spettatore si sentirà quindi letteralmente chiamato in causa, invitato a svolgere il compito che ogni evento teatrale implicitamente o esplicitamente gli richiede: l’esercizio dello spirito critico. In questo senso il teatro torna a essere politico: teatro per la polis, la comunità.
Confessione è un’opera sull’uso del linguaggio, e soprattutto sull’uso che il potere fa del linguaggio, nel creare un’immagine della realtà che sottilmente si impone sulle altre, e diviene immagine egemonica, e divenendo egemonica giustifica il proprio uso (o meglio: l’uso improprio) del linguaggio.

September 2016

Davide Carnevali has been invited at Short Theatre 11 (Rome) with Peppa™ prende coscienza di essere un suino.

September 2015

Davide Carnevali has been invited at Short Theatre 10 (Rome – 3-13 September 2015) with “Confession of a former president who led his country to the edge of the crisis”.

August 2015

Davide Carnevali has been invited at La Mousson d’Été (Pont-à-Mousson) with “Lost Word“, on 21st-27th August 2015.